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CULTURA E TURISMO

CULTURA E TURISMO

L'agricoltura tradizionale

''A chini treballà in agricoltura, non c´ind´ iada orariu. No! Fudi a treballai sempri, cummandà su solli. Bessiasta a scuriu, a mengianu, e rientrasta a scuriu, a su notti '' (A chi lavorava in agricoltura, non ce n'era orario. No! Era a lavorare sempre, commandava il sole. Uscivi al buio, di mattina, e rientravi al buio, la notte).

Queste parole di un ''messaiu nuraddesu'' (contadino nurallaese) ben si addicono alla realtà che abbiamo preso ad indagare, una realtà tutt'altro che remota, tant'é che, sino bèn oltre gli anni '60 di questo secolo, mezzi, sistemi, conoscenze, colture, ecc., dell'attività agricola erano ancora, in grande misura, quelli di tipo tradizionale. Tanto lavoro per un magro raccolto. Un tipo di esistenza che certo non poteva durare oltre, specie dopo il cosiddetto ''miracolo economico'' e l'irresistibile processo di industrializzazione di una parte privilegiata dell'Italia, il Nord. Il risultato più appariscente di tutto ciò è stato lo spopolamento dei nostri paesi, per via dell'esodo migratorio, e l'abbandono delle campagne, con gravissime conseguenze e dal punto di vista socio-economico e sotto l'aspetto morfologico: (conseguenza, anche delle scelte relative alla politica agricola, specie nel Meridione).

Anche a Nurallao rimasero donne, vecchi e bambini, mentre gli adulti tentavano la ''fortuna'' nella Penisola. Perciò c'è poco da stupirsi se molti aspetti di vita tradizionale e la e 'ultura che quegli aspetti riflettono, sono sopravvissuti molto oltre che in tante altre realtà anche della nostra regione (al di là della pur presente resistenza che, in genere, il vecchio oppone al nuovo). Tutto ciò fa si che, da noi, l'indagine demo -antropologica sia relativamente più semplice che altrove. Tanto è che, mentre si fa un gran parlare (talora a proposito, tal'altra a sproposito) dell'incipiente processo di rivoluzione tecnologico - scientifico ''L'informatica, la robotica, la bio-genetica, ecc.), in atto in gran parte anche del nostro Paese, da noi non solo si ha un vago sentore di tutto ciò, ma, addirittura, convive una sorta di strana mistura di tradizionale, di moderno e di post - moderno (con le conseguenze e le contraddizioni che si possono facilmente immaginare sul piano economico - sociale - culturale e civile). Una mistura che, per dirla col Gramsci delle ''Osservazioni sul folklore '', risulta ''un agglomerato indigesto di frammenti di tutte le concezioni del mondo e della vita che si sono succedute nella storia'' e che, a nostro avviso, l'avvento del sistema capitalistico di produzione e il consumismo sempre più dilagante, hanno contribuito, da un lato, ad evidenziarne in modo macroscopico le contraddizioni, dall'altro, a consentire la sopravvivenza di quelle forme esteriori che si è soliti definire folkloristiche.

Tuttavia, citando ancora Gramsci, il folclore è ''una cosa molto seria e che va presa sul serio'', trattandosi, principalmente, di ricostruire, senza enfasi e mitizzazioni, le vicende, le angosce e le gioie di quella moltitudine di lavoratori, prevalente sino a qualche decennio fa, di cui i contadini erano parte fondamentale.

La giornata lavorativa del contadino

La giornata lavorativa del contadino era scandita dalle diverse e molteplici incombenze derivanti dai cicli stagionali. In genere, comunque, egli andava a letto attorno alle 20.00 e si alzava poco prima dell'alba.

Appena alzato ''mruzzada '' (faceva colazione) con caffé nero e pane e lardo o formaggio.

Le prime faccende consistevano nell'accudire gli animali da lavoro, il giogo di buoi, soprattutto, cui si dava da mangiare, ''appalladura'' (dare la paglia), paglia e fave macinate. La paglia veniva messa in un grande cesto, ''cadinu'', fatto di canne intrecciate. Ogni ''appalladura'' era detta '''ettada'' (gettata) che si ripeteva più volte. Nel mentre che i buoi si alimentavano, il contadino si sedeva vicino al fuoco in dormiveglia.

Dopo, gli animali venivano condotti all'abbeverata nel cortile di casa o negli abbeveratoi pubblici, alla periferia del paese.

Ai primi di Settembre, ''Cabudanni'', si controllavano, si aggiustavano o si sostituivano i vari mezzi e strumenti del lavoro: zappe, ''marras'' e ''marronis'', pale, ''pallias'', tridenti, '' tribuzzus'', rastrelli, ''tragavenus'', falci, '' fraccis'', ecc.

In Ottobre, ''Mes' è ladamini'' (mese del letame), s'iniziava l'aratura dei terreni per la coltivazione delle graminacee (avena, grano, fave e, più in là l'orzo). Le terre, a Nurallao, si distinguono, secondo la qualità, in ''terras nieddas'' (terre nere, fertili). '' terras arenosas'' (terre sabbiose), ''terras argillosas'' (terre argillose), is ''terras de padenti'' terre di zona boschiva ecc. giau mannu, Serras, Pard' è pira Santu Srabadori, Su Nuraxi, Su sizzillaxiu, Gurei, Is cannonis, Cot´è lunas, S´utturu è su fillixi, Sa Bidda´eccia, Funtana Agroria, Taccu, Su pont´ e lonziu, Pallu mannu, Genn' è groria, Brabaxíaxia, Prumonti, Quatt' è proccus, Pard' è nuxis, Su tuvu, Cuilli, Furfullantu, Aisara, Proì lampazzu, ecc.

L'aratro

Per ''s'arongiu'' (l'aratura), sino agli anni '40, si usava l'aratro di legno di leccio, ''s'aradulu de linna de illixi'', e, dagli anni '50, quello di ferro. Le parti principali, di cui si componeva l'aratro di legno, erano: ''s'aentalli '' (il dentale, cioè la parte bassa), ''s'obrada'' (il vomere, cioè la punta di ferro), ''su pei'' (il piede, cioè la parte superiore), ''s'agùri'' (la parte in cui s'inserisce il giogo), ''sa steva'' (la parte anteriore che serve da guida). L'aratro di ferro, invece, era composto, essenzialmente, da: ''s'obrada'', ''sa teulla'' (la parte che spingeva la terra da un lato), ''sa manunza'' (il manico, cioè la parte che teneva il contadino), ''su pei'', ''su schelletru'' (lo scheletro, che comprendeva su pei, sa manunza, sa teulla e s'obrada), ''sa tirella'' (un asticella, lunga circa 1 metro, che partiva da un gancio al centro del piede e arrivava al punto dove si attaccava la catena per il giogo), ''s'orroda'' (la ruota).

Naturalmente, con l'aratro di ferro l'aratura era migliore. Le principali colture, attorno alle quali ruotava la povera agricoltura nurallaese, erano, innanzitutto, ''su trigu'' (il grano), ''sa fà' (le fave) e, poi, ''s'orxu'' (l'orzo), ''s'aena'' (l'avena), ''sa 'entilla'' (le lenticchie), ''su cixiri'' (i ceci), ecc.

Intanto è da dire che, nella prima metà di Settembre, cioè ancor prima dei lavori veri e propri dell´annata agraria, il contadino doveva fare la provvista della legna per l´inverno (si trattava di tre o quattro carri di legna da ardere), pulire i letamai (ubícati nel cortile dell'abitazione) e trasportare il letame in campagna dove, dopo qualche anno, diventerà concime e verrà sparso sui campi da coltivare.

Verso la metà di Settembre s'iniziava a ''manixiai'' cioè a praticare la prima aratura. La semina, come già detto, iniziava ai primi di Ottobre.

Il contadino si alzava, allora, molto presto per dare da mangiare ai buoi e, prima che fosse giorno, usciva per arare. Tale lavoro durava tutto il giorno, col solo intervallo del pranzo (pane e formaggio o lardo e acqua). Quindi si rientrava a casa, si portavano i buoi nella stalla e, dopo qualche ora, si dava loro alcune razioni di paglia e fave e, infine, si portavano ad abbeverare. Verso le 20,00 - 20,30 cenava (pane e formaggio o lardo e un bicchiere di vino, quando ce n'era, oppure minestra o minestrone.

La vendemmia

Ottobre era anche il mese della vendemmia. Si portava il carro, trainato dai buoi, in mezzo alla vigna. Sul carro era sistemato un grande tino per il trasporto dell'uva. Uomini, donne e bambini, tutti partecipavano alla vendemmia, anche parenti ed amici. Riempito il tino, l'uva veniva trasportata a casa e sistemata in una bigoncia, ''sa cubedina'', dove, due - tre persone, a piedi scalzi la pigiavano. Iniziava la fermentazione che durava 10 - 15 giorni. Dopo, si apriva un rubinetto e si otteneva ''binu de cannada'' (il primo vino). Quindi si metteva il mosto nel torchio e, per pressione, si otteneva il vino che veniva messo nelle botti, la più grande delle quali era ''su cuponi'' (una botte da 1500 litri).

Scarsa era la produzione vitivinicola a Nurallao. In tutti i casi, anche quella coltura, come tutte le altre citate, era seguita con particolare attenzione e senza badare a dispendio di energie. Così, dopo la vendemmia, la vigna veniva arata per togliere la terra a ''su giualli'' (il filare), poi si ''scrazzada'' (si puliva ulteriormente il filare con la zappa per eliminare la terra lasciata dall'aratro), si potava e si raccoglievano i rametti.

A Marzo prima che la vigna germogliasse, si legavano i tralci lasciati. Tra Aprile e Maggio si fresava e si concimava. Quindi, con zolfo e cenere mischiati, si ''ammexinada'' (fare la medicina), mentre, con la calce liquida, si tingeva il tronco delle piantine per difenderle dalle malattie (più precisamente, era questo un lavoro che veniva fatto prima che spuntassero i germogli).

Intanto, nei mesi di Novembre e Dicembre si continuava con la semína (secondo la successione delle colture) e, quando spuntavano i germogli, si passava alla zappatura, a distanza di mesi, ''a duas - tres bortas'' (a due - tre volte) per rafforzare le piantine e per eliminare le erbe infestanti. Si giungeva così ad Aprile, periodo in cui, oltre a seminare i ceci, si preparavanogli appezzamenti di terra da adibire ad orto. Era il periodo, inoltre, in cui gli animali da lavoro si alimentavano di erba fresca.

Ciò non toglie che il contadino, ogni anno, riservasse del, terreno per la coltura del foraggio per i buoi che veniva falciato e imballato a mano verso la fine di Maggio. Il foraggio fresco, ''su forraini'', era l'aliménto più ghiotto per i buoi. Bisogna qui ricordare che i buoi, a Nurallao, venivano impiegati oltre che per tutti i lavori relativi all'attività agro-pastorale, anche in quelle artigianali già descritte, per il trasporto della materia prima e, soprattutto, del prodotto finito. Giugno e Luglio erano i mesi più attesi, più importanti ma, anche, più faticosi e, secondo la riuscita o meno del raccolto, di gioia o di tristezza.

Il giogo dei buoi

Abbiamo fatto cenno, in più di un'occasione, alla principale forza motrice animale, ''su iù'' (il giogo di buoi), nonostante Nurallao e il Sarcidano non siano mai stati zona particolarmente rilevante per la cerealicoltura. Ciò nonostante, come già detto, il giogo di buoi rivestiva un ruolo indispensabile in quasi tutti i settori produttivi del paese, anche si si faceva ricorso frequente ad altri animali come il cavallo, ''su cuaddu'', l'asino ''su mollenti'', o il mulo, ''su mullu''. Per cui, il contadino nurallaese, come d'altronde in tutto il Sarcidano, prestava molta cura nell'allevamento e nell'addomesticamento dell'animale, e non solo dal punto di vista pratico ma anche sotto l'aspetto estetico (la festa di Sant'Isidoro, ad esempio, era significativa in questo senso).

La creatività, la fantasia, il contadino le esercitava persino nel dare i nomi alla coppia di buoi. Ne riportiamo alcuni, tra i tanti rilevati: Troppu ti mudas, Pagu. ti dexidi (Troppo di agghindi, Poco di dona); Fizziu tenis, Non ddu cumparis (Vizio possiedi, Non lo dimostri); Mira kè tempus, Kurreggidia (Guarda che è tempo, Correggiti); Sparimenta, Su tempus (Osserva, Il tempo); Su lussu, Pagaddu (Il lusso, Pagalo); Kandu ddu provas, Ti praxidi (Quando lo provi, Ti piace); S'ammori, Po' tui (L'amore, Per te); S'onori, Mantenni (L'onore, Mantieni); Su fattu, Scaresci (Il fatto, Dimentica). Detto del giogo di buoi, diamo qualche ragguaglio circa il carro che essi trainavano. Erano ''is maistus de linna'' o falegnami) a realizzarlo, anche se le parti in ferro erano opera dei ''ferreris'' (fabbri).

Le principali parti componenti il carro erano: ''sa scalla de su carru'' (la scala del carro, cioè un bel tronco di leccio lavorato), ''su tellaiu'' (il telaio), ''su cardigheddu'' (asticella di legno), ''su sterrimentu'' (tavole di legno che formavano la parte centrale del carro), ''is lingius'' (due robuste tavole, perpendicolari a ''su sterrimentu'', che ne sostengono altre due, fissate orizzontalmente, e che formano così la sponda del carro), ''sa maista de asegus'' (maestra di dietro, ovvero l'ultima tavola della parte posteriore del carro), e, ancor prima, ''sa punta de asegus'' (la punta di dietro, cioè la penultima tavola del retro del carro). La parte motrice era formata da due grandi ruote collegate assieme da un´asse di ferro, '' s´axia de ferru ''. La ruota, '' s´orroda '', aveva ''su buttu '' (il mozzo), su cui era inserita ''sa buxula '' (un cilindro di ferro), '' is arraggius'' (raggi), ''is grivellus'' (i pezzi di legno che formano la ruota) e ''su lamoni'' (il cerchìo di ferro che avvolge ''is grivellus''). Il carro trainato dai buoi diventava indispensabile nel periodo del raccolto.

La mietitura

Con l'arrivo dell'estate, ''s'istadi '' (le altre stagioni erano dette '' ìerru'', inverno, '' beranu'', primavera, ''attongiu'', autunno), quanto più si lavorava più se ne faceva e più se ne voleva fare, perché tutto era urgente. Le otto ore, in agricoltura, non si facevano mai, erano otto e otto sedici, poiché bisognava mietere orzo, mietere fieno e imballarlo, tìrare fave, mietere grano, tutti lavori che si facevano a mano. Il momento migliore, in agricoltura, era considerato la fine di ''sa messa'' (la mietitura del grano). I mietitori, tre, quattro o cinque, si rìunivano, allora, in casa del proprietario e si faceva festa. Si trattava di un pranzo o una cena a base di ravioli, carne e vino a volontà. Così come, quando si trebbiava e si ventilava il grano, portavano il pranzo ''in s'axrola''(nell'aia) e, inoltre, pane e formaggio e vino, e per quei tempi era una festa. La mietitura del grano era lavoro molto faticoso e si faceva a mano con ''sa fracci de messai trigu'' (la falce per mietere grano). Il mietitore, dopo i tradizionali rituali religiosi o magico religiosi, afferrava un mazzo di grano e continuava così sino a formare un ''mannugu'' (manipolo) che veniva poi legato con alcuni culmi. Sei - sette manipoli formavano ''sa maniga'' (il covone) che veniva legata, ''ammucciullau'', con ''su liongiu'' (alcuni culmi più lunghi di quelli usati per legare il mannugu). Era una di quelle operazioni in cui si manifestava la destrezza e l´abilità del mietitore. Costui, poi, aveva a sua disposizione una ''spigadrixi'' (spigolatrice). Questa raccoglieva le spighe che cadevano al mietitore ed era obbligata a portargli l'acqua fresca. Chi era incaricata di portare l´acqua diceva alle altre: ''frimaisì'' (fermatevi), ché, altrimenti, avrebbero raccolto più spighe di lei. Allora, il mietitore, per evitare che questa venisse penalìzzata, era solito regalarle un mazzo di spighe.

Terminata la mietitura, il grano veniva trasportato nell'aia col carro a buoi. L'aia assumeva un aspetto insolito, in quanto i covoni venivano raggruppati a formare vari tipi di costruzioni, di figure geometriche; un lavoro, insomma, in cui ancora una volta si manifestavano il bisogno, il gusto e le capacità, estetiche del lavoratore. Il lavoro proseguiva con la trebbiatura, ''treulladura'', che durava anche una settimana. Per fare ciò si utilizzava il giogo di buoi che trainava una grossa pietra. Dopo la trebbiatura si formava ''s'arega'' cioè il grano veniva ammucchiato per poterlo ''bentullai'' (ventilare). Si aspettava che spirasse il vento (bentu estu, cioè maestrale. Gli altri venti erano detti ''bentu 'e solli'' cioè scirocco, ''bentu marinu'' cioè libeccio, ''sa tramuntana'' cioè la tramontana) per poter separare le granelle dalla paglia, servendosi di '' tribuzzus'' (tridenti) e ''tragavenus'' (rastrelli).

Infine, il grano veniva misurato a ''Kuarras'' (recipiente di circa 20 Kg.), ''a mois'' (recipiente di circa 40 Kg.), messo nei sacchi e trasportato in paese. Era tempo di fare il bilancio dell'annata agraria. Il contadino, non disponendo di denaro, acquistava, ad esempio, le sementi ipotecando la produzione del raccolto successivo; se questo andava bene, il debito veniva estinto, altrimenti si arrivava persino all'esproprio dei terreni.

Il grano, come abbiamo visto, si misurava ''a mois'' o ''a Kuarras'' e veniva venduto a ''su magasinu de su monti'' (la cassa agraria). Se un contadino si faceva prestare due ''mois'' di grano ne doveva restituire tre. Spesso si era, però, costretti a rivolgersi a privati che imponevano condizioni molto più gravose (per due ''mois'' di grano ne chiedevano almeno cinque).

Così, giorno dopo giorno (''Lunis'', Lunedi, ''Mattis'', Martedi, ''Mercuris'', Mercoledì, ''Giobia'', Giovedì, ''Cenabra'', Venerdì, ''Sabudu'', Sabato, ''Dominigu'', Domenica) il contadino trascinava la sua gravosa esistenza, sempre alle prese con cento e cento problemi e alla nuova annata che già si preannunciava con tutto il suo carico di incertezze ed apprensioni.

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